LA STORIA DEL CEPPO DI NATALE

Dicembre è arrivato e con esso l’attesa delle vacanze natalizie, che si fanno ogni giorno più vicine.

Molti avranno già decorato l’abete, alcuni inizieranno presto ad allestire il presepe ma ormai in pochi si ricorderanno di un’altra usanza che ormai sopravvive solo nei racconti e nella memoria di alcuni: l’accensione del ceppo di Natale.

Secondo questa tradizione, la famiglia si riuniva attorno al camino nel giorno della Vigilia e poneva nel focolare un ceppo, generalmente in legno di quercia. Su di esso venivano poi collocate altre ramaglie e della paglia che, bruciando con facilità, avrebbero permesso al ceppo di accendersi ma al contempo di non consumarsi del tutto: era infatti fondamentale che esso si conservasse nel camino per tutti i dodici giorni che intercorrevano tra Natale ed Epifania. Ciò che ne sarebbe rimasto al termine delle festività assumeva una valenza magica e sarebbe stato custodito fino al Natale successivo.

Ognuno di questi dodici giorni era rappresentativo di un mese dell’anno nuovo ed era possibile, osservando il ceppo, trarre pronostici sul futuro, in particolare sui cicli naturali che, per una società basata sull’agricoltura, erano fondamentali per la sussistenza dell’intera famiglia.

Il legame con il mondo agricolo si evince anche da un altro elemento: l’usanza di offrire nel giorno di Natale dolci a base di farina, da cui deriva la nostra tradizione di condividere all’uscita dalla Santa Messa il panettone e il pandoro.

All’interno della tradizione culinaria francese inoltre, al pain de calandre (un pane dolce il cui nome è evocativo del calendario del nuovo anno) si associa anche la buche de Noël, il tronchetto di Natale.

A partire già dall’Alto Medioevo, con il concilio di Tours del 567, questi dodici giorni vengono consacrati come festivi e si istituisce il periodo dell’Avvento in preparazione della celebrazione della Natività.

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