Il carro rituale di Pompei

L’antica Pompeii è uno dei siti archeologici che da sempre attira più curiosità in ogni tipo di pubblico, sia esso italiano, straniero, giovane, anziano, digiuno di archeologia o addetto ai lavori.

Città dalla lunga storia (Opici, Osci, poi Greci e Sanniti), diviene municipium romano nell’89 a.C. e in seguito colonia nell’80. Con Augusto, poi, diverrà uno dei luoghi prediletti di villeggiatura dei patrizi romani.

Ma Pompeii diviene famosa perché distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. insieme alle meno note, almeno ai più, Ercolano, Stabia, Oplontis.

Prima sepolta sotto una coltre di ceneri e lapilli, in seguito sotto la colata piroclastica (magma e gas ad altissime temperature), anche se la pioggia di ceneri continua per altri quattro giorni pare: in totale 7-8 metri di materiale incoerente, che permise il passaggio di aria e lo sviluppo di microorganismi che distrussero ogni tipo di materiale organico, lasciando dei “vuoti” da cui fu possibile ottenere i famosissimi calchi.

Spostiamoci leggermente a nord di Pompei, oltre le mura della città antica, nello scavo archeologico della villa suburbana in località Civita Giuliana.

Vi è alle spalle un’attenta pianificazione da parte di un team interdisciplinare che ha coinvolto archeologi, architetti, ingegneri, restauratori, vulcanologi, operai specializzati ma anche, man mano che lo scavo procedeva, archeobotanici ed antropologi. Lo scavo raggiunge 6 metri di profondità rispetto al piano stradale e mette in luce un ambiente eccezionale: un portico a due piani, aperto su una corte scoperta, che conservava in tutta la sua interezza il solaio ligneo carbonizzato con il suo ordito di travi.

In questo contesto, nel porticato antistante alla stalla dove già nel 2018 erano emersi i resti di 3 equidi, tra cui un cavallo bardato, viene alla luce un rinvenimento fuori dal comune: un carro cerimoniale a quattro ruote, quasi integro, risparmiato sia dai crolli delle murature e delle coperture dell’ambiente sia dalle attività dei cosiddetti “tombaroli” che, con lo scavo di due cunicoli, lo hanno sfiorano su due lati. Un unicum, sia per il livello di conservazione, sia per la tipologia di carro, finora mai rinvenuta in Italia.

Sulla base delle notizie tramandate dalle fonti e dei pochi riscontri archeologici ad oggi noti, potrebbe trattarsi di un pilentum, un veicolo da trasporto usato nel mondo romano dalle élites in contesti cerimoniali. 

Alte ruote in ferro, connesse tra loro da un sistema meccanico di avanzata tecnologia, su cui si imposta il leggero cassone (0.90 x 1.40 m): su di esso era prevista la seduta per uno o due individui, contornata da braccioli e schienale metallici. Il cassone è riccamente decorato sui due lati lunghi con l’alternanza di lamine bronzee intagliate e pannelli lignei dipinti in rosso e nero, mentre sul retro termina con un articolato sistema decorativo con una successione di medaglioni in bronzo e stagno con scene figurate.

Questi, incastonati nelle lamine bronzee e contornati da motivi decorativi in esse ricavati, rappresentano figure maschili e femminili a rilievo ritratte in scene a sfondo erotico.

La lamina bronzea è inoltre decorata nella parte superiore con piccoli medaglioni, sempre in stagno, che riproducono amorini impegnati in varie attività. Nella parte inferiore del carro si conserva una piccola erma femminile in bronzo con corona.

Ecco ciò che per ora emerge, ma sicuramente ci sarà molto di più, da questo scavo, che ha la duplice finalità da un lato di cooperare nelle indagini con la Procura di Torre Annunziata, per arrestare il depredamento del patrimonio culturale ad opera di clandestini che nella zona avevano praticato diversi cunicoli per intercettare tesori archeologici; dall’altro portare alla luce e salvare dall’azione di saccheggio una delle ville più significative del territorio vesuviano.

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IMMAGINE: Carro da parata di Civita Giuliana, pompeiisties.org

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