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POETA DI CASA NOSTRA

Antonio Baratella? E chi è costui? Un poeta? Credo che da noi ben pochi lo conoscano o ne abbiano sentito parlare. Eppure è una gloria di Loreggia, dove il Comune gli ha intitolato la piazza principale. Vi nacque verso il 1385 da famiglia agiata. Il padre Zanino lo costrinse a studiare diritto e lui lo fece di malavoglia, esercitando poi la professione di notaio a Camposampiero dal 1405 al 1412. Ma la sua inclinazione era la poesia, anche se alla facilità e prolissità con cui scriveva in latino non corrispondeva una vera sensibilità metrica. Mancava anche di una originalità in grado di prescindere dall’imitazione dei classici e dal ricorso continuo ai temi mitologici. Irrequieto, fantastico e volubile, inseguì la gloria poetica per tutta la vita, infatuato di sé, ma capace anche di produrre di tanto in tanto pagine di buona letteratura e di vera poesia. Sposatosi nel 1413 con la contessa Lucrezia Sanbonifacio, rimase vedovo a Pirano, in Istria, dove si era recato ad insegnare. Si risposò a Padova con Giustina de Strata, che lo rese padre di sei figli. Strano che in tutte le migliaia di versi che compose non si trovi mai cantato l’amore per la donna. Cantò invece spesso l’amore per la sua terra e per la sua diletta Loreggia, come pure la flora, la fauna e l’idrografia dell’antico territorio di Camposampiero. Insegnò a Belluno e a Feltre, dove poi morì nel 1448. Delle sue molte opere poetiche (Ecatometrologia, Foscara, Musonea, Baratella, Antonia, Laureia, ecc.) ben 14 sono andate perdute. Ci si augura che prima o poi a qualcuno venga in mente di pubblicare in toto le sue opere rimaste, con traduzione e commento. Se non altro per gettar luce sull’ambiente del nostro territorio, che egli ben descrisse con vivo sentimento per la natura, in un periodo storico molto particolare: il trapasso dalla signoria carrarese al dominio della Serenissima.

La foto riprende un particolare della pagina iniziale dell’opera Polydoreis, con dedica a Guarino Veronese e con bellissime decorazioni miniate (Venezia; Biblioteca Nazionale Marciana, cod.Lat. XII, 149 (3983), c.2r). La lettera iniziale C comprende il ritratto di Antonio Baratella seduto sotto un lauro (l’albero della gloria!), mentre con sguardo fisso ascolta le Muse che lo incitano alla poesia.

IL CASTELLANO PAZZO

Per aver scomodato nientemeno che Dante Alighieri deve proprio averla combinata grossa Jacopo da S. Andrea, figlio di Speronella Dalesmanina, signora del castello di S. Andrea di Codiverno e del Castellaro di S. Eufemia. Il sommo poeta lo pone all’Inferno, canto XIII della Divina Commedia, nel girone dei violenti e degli scialacquatori, dove lo immagina in fuga nel bosco degli alberi strani, inseguito da un branco di nere cagne affamate, che lo raggiungono tra i cespugli e lo dilaniano orribilmente. Jacopo visse tra il XII e XIII secolo. Pare che suo padre fosse Olderico da Monselice, uno dei sei mariti avuti da Speronella. Jacopo aveva una sorella, Samponia, che andò in sposa ad Alberto da Baone, contro la volontà della madre, che per questo la diseredò. Il giovane si fece costruire a Codivernarolo il castello di Quattrocà (ora Villa Selvatico) e alla morte della madre ereditò le sue vastissime proprietà, ma essendo prodigo e pazzo si diede alla bella vita, combinandone di tutti i colori. Citiamo solo una delle sue: trovandosi un giorno a cacciare a Marsango con gli amici ed essendo bagnato fradicio a causa della pioggia, diede fuoco ad un casone di contadini per asciugarsi e ricompensò il povero proprietario col dono di dieci campi. In pochi anni dilapidò il suo patrimonio e, oberato dai debiti, vendette uno dopo l’altro i suoi possedimenti. Una buona parte di essi finì nelle mani dei conti di Camposampiero. Alla fine, povero e disperato, nel 1239 si suicidò, ma qualcuno afferma che fu fatto uccidere da Ezzelino IV. La lapide della foto fu posta a suo ricordo nel 1995 sul muro della chiesa parrocchiale di S. Andrea, lungo il Tergola, a pochi passi dal luogo in cui sorgeva il castello scomparso dei Dalesmanini. 

LA CERTOSA DEL BRENTA

Ventiduemila ducati d’oro ed alcuni terreni, uno dei quali apud Vicum Aggeris (Vigodarzere): è il lascito testamentario del vescovo di Padova Pietro Donà (1445) destinato alla costruzione di un monastero per Certosini dentro la città di Padova. Sei anni dopo i monaci si stabiliscono nel monastero di S.Bernardoin vico Porcilio e lo ampliano: nasce così la Cartusia SS.Hieronymi et Bernardi, demolita però dopo mezzo secolo dai Veneziani per motivi logistici durante la guerra tra Venezia e la Lega di Cambrai (1509). I monaci allora si trasferiscono provvisoriamente in campagna a Campo San Martino, fino a che, per delibera del Capitolo generale dell’Ordine Certosino, si dà il via nel 1534 alla costruzione di un nuovo cenobio nel terreno del lascito di Vigodarzere, nei pressi di un’ansa del Brenta, in luogo suggestivo ed appartato. Il progettista è Andrea Moroni, architetto e proto di S.Giustina, e i fondi vengono offerti da dieci certose italiane. Nel 1554 entrano i primi monaci, anche se i lavori non sono ultimati (termineranno nientemeno che nel 1623). Nel 1560 viene consacrata la chiesa dedicata a S.Bruno, fondatore dell’ordine. nello stesso anno muore Andrea Moroni e le attività proseguono sotto la direzione di Andrea da Valle, nuovo direttore degli infiniti lavori alla basilica benedettina di S.Giustina. I Certosini a Vigodarzere furono sempre in numero assai ridotto rispetto alla grandiosità della struttura; al massimo raggiunsero le nove unità, tant’è che nel 1768, a causa di un decreto della Repubblica di Venezia, che imponeva la chiusura dei monasteri con meno di dodici monaci, la certosa venne soppressa e i beni furono incamerati dalla Serenissima. Venduta nel 1780 ai marchesi Maruzzi, fu ceduta ai baroni De Zigno e divenne loro villa di campagna, con fattoria, magazzini agricoli e abitazione dei mezzadri. Come luogo di villeggiatura fu circondata da un vasto parco, ospitando fra l’altro Ippolito Pindemonte e Lord Byron. Durante la I guerra mondiale fu trasformata in caserma. Nel 1930 venne ereditata dai conti Passi di Carbonera (TV) e durante l’ultimo conflitto mondiale servì addirittura da polveriera. Una storia, come si vede, molto variegata e tormentata per questo luogo di preghiera, ora pressoché abbandonato e in forte degrado. Anche se l’interno è stato devastato da anni di abbandono e da usi impropri, la certosa rimane una struttura notevole dal punto di vista dell’architettura monastica cinquecentesca e conserva un fascino straordinario per quell’aria mistica di silenzio e preghiera che ti sa comunicare. Oggi si parla tanto di un suo recupero: speriamo che dalle parole si passi ai fatti e che, quando finalmente si interverrà, non sia troppo tardi! Il nostro territorio perderebbe una delle sue perle più preziose.

L'ESAGONO DI SANT'ANDREA

Un rompicapo archeologico? Si direbbe. E’ quello che si evidenzia nell’andamento delle strade e dei segni sul terreno al centro di S. Andrea di Campodarsego. Le deformazioni del decumano della Caltana (SDVI) e del cardine della via Bassa (KKIV), in corrispondenza del Tergola, insieme ad altri percorsi minori, suggeriscono un impianto esagonale che non è ancora stato ben definito nella sua funzionalità. Ma è evidente che è il fiume ad aver dettato la struttura. Per quali motivi? Quelli economici? Cioè, per salvaguardare quel bene prezioso che è l’acqua? O semplicemente per consentire un approvvigionamento idrico per una fortificazione del tardo impero, di cui comunque l’esagono sarebbe una forma alquanto desueta? Mancano ancora studi a riguardo, e non è nemmeno sicuro il periodo storico di questa formazione. Quello che è certo è che si tratta di una modifica successiva dell’impianto centuriale, cioè posteriore al tracciato della pertica. E’ dentro questo esagono che sorsero nel Medioevo l’antica Pieve di S. Andrea e il castello dei Dalesmanini. Scrive P. Bellini in “Il caso S. Andrea”, 1991: “...non solo per il normale approvvigionamento, ma anche per i mulini, la lana, la canapa. Motivi quindi funzionali e per questo la deformazione corrisponde alla necessità di catturare l’acqua, difenderla, sfruttarla, se necessario irreggimentarla”. Nell’ipotesi che si tratti di fortificazione tardo romana, la via Dosso potrebbe suggerire un collegamento con quella di Campanigalli, dove adesso sorge la chiesetta degli Alpini. 

LA FEDE CHE ILLUMINA

In fatto di architettura religiosa il genio e la competenza umana progettano, ma è con la dedizione e la ricerca della religiosità che taluni arrivano al capolavoro. Se parliamo di chiese, questo si misura su quanto le strutture riescono a coinvolgerti nella contemplazione e nella preghiera. E’ quello che possiamo riscontrare nella nuova chiesa parrocchiale di S. Michele delle Badesse, trasformata da un disadorno e anonimo capannone in un luminoso ed elegante complesso architettonico, grazie all’intervento dell’architetto Eugenio Barato, che nel 1989 dava compimento alla copertura della navata con un controsoffitto in gesso armato, dalle linee rotondeggianti, con qualche riferimento allo stile neogotico. Il Barato ha legato per quasi trent’anni il suo nome alla ristrutturazione della cattedrale di Padova, e in particolare del suo presbiterio, in sodalizio con l’artista Giuliano Vangi. Della chiesa di S. Michele ricordiamo qui le tappe più significative: inizio lavori nel 1951, su progetto dell’ingegner Giorgetti di Padova; posa della prima pietra settembre 1952; inaugurazione aprile 1957; soffitto e abside 1984; controsoffitto in gesso 1989; pavimento con riscaldamento sottostante 1994; facciata 2002. Interventi che sono riusciti a dare un’anima e un tocco di armonia ad una struttura recente, e ci convincono che anche il contemporaneo può coniugarsi col bello. Appena entri l’elemento che più ti cattura è la luminosità: una luce bianca, calda, coinvolgente come un abbraccio. L’assenza di pitture moltiplica e sottolinea il candore, mentre il susseguirsi degli archi ti proietta sulla grande croce in fondo al presbiterio. Presso l’ingresso, sulla destra, un moderno S. Michele in marmo bianco di Carrara trafigge il drago (Luigi Sandi, 1993).

GRATICOLATO DEL CUORE

Quando a marzo 2014 l’Associazione culturale HerediA diede il via alla pubblicazione dei post UN TERRITORIO PER IMMAGINI, l’intento era quello di evidenziare le caratteristiche storiche, artistiche, geografiche e naturalistiche di un angolo un po’ speciale del Veneto, il Graticolato Romano, visto non come un reperto archeologico da museo, ma come un territorio vivo, ricco di storia e di eccellenze, che dopo duemila anni può ben dire di aver raggiunto gli scopi per cui era stato progettato. Una CENTURIAZIONE insomma COMPIUTA, come ebbe a dire qualcuno nel secolo scorso. Il nome di Graticolato Romano nasce circa due secoli fa, con la riscoperta delle divisioni agrarie antiche di inizio Ottocento. L’interesse per le centuriazioni si origina a partire dai rilievi topografici del territorio di Cartagine ad opera del console danese a Tunisi Christian Tuxen Falbe (1791-1849), che mette in evidenza la regolarità delle centurie come quadrati di 710 metri di lato (20 actus). Ma è Ernesto Nestore Legnazzi, professore di Geodesia e Geografia Descrittiva dell’Università di Padova che “scopre” la nostra centuriazione cis-Musonem (1846), percorrendo il territorio fra Noale, Camposampiero e Vigonza. Si associa a lui il triestino Pietro Kandler (1804-1872), che cura uno studio dal titolo Pertica agri colonici patavinorum. Celebre il suo disegno della pertica, in cui precisa in latino che essa habet saltus XVI, centurias CCCC et jugera              , disegno datato a Pola il dì 4 ottobre 1858 e riportato ora su tavola nel Museo della Centuriazione di Borgoricco..

VALLE AGREDO

Un nome che caratterizzi il territorio? Siamo partiti prima di Cristo con la centuriazione di Padova cis-Musonem, impostata sul cardine massimo dell’Aurelia: PERTICA AURELIANA. Poi venne la parcellizzazione in aree diverse di potere: GASTALDIA CARARRESE, PODESTERIA DI CAMPOSAMPIERO, DIPARTIMENTO DELLA BRENTA, mentre altri Comuni passavano sotto la provincia di Venezia, ALTA PADOVANA, MANDAMENTO DI CAMPOSAMPIERO, FEDERAZIONE e poi UNIONE DEI COMUNI DEL CAMPOSAMPIERESE in epoca recente... Il titolo che forse è riuscito ad aver maggior fortuna (e ce ne ha messo più di un secolo!) è stato GRATICOLATO ROMANO, perché ricorda il tempo delle origini e la prima colonizzazione delle terre. Ha avuto almeno il vantaggio di considerare quest’area come una realtà unica, indivisa, al di là della ripartizione amministrativa fra due province. Adesso che questo nome è entrato come elemento unificante nel pensiero comune marcando un’appartenenza, mi dicono che c’è una nuova brillante proposta, insolita sì, ma accattivante: VALLE AGREDO! Ma dài! E la valle dov’è? La gente si guarda intorno un po’ smarrita, cercando di capirci qualcosa. Dicono che nell’archivio vescovile di Treviso si trova un documento in cui il territorio fra Castelfranco Veneto, Badoere, Camposampiero e Mirano è definito Val d’Agredo: sarebbe una copia trecentesca di un atto di donazione risalente al 926, con cui il re d’Italia Ugo di Provenza donava Valle Agredo al vescovo di Treviso Adalberto. Se questo territorio - aggiungono - fu un dono più di mille anni fa, tanto più lo può essere oggi con tutte le sue eccellenze storiche, artistiche, paesaggistiche e produttive. Un nome comune insomma che è anche un marchio d’area. Avrà successo? Lo dirà il futuro. O sparirà anche questo sotto l’incalzare di altre proposte? Intanto un risultato negativo sembra averlo già raggiunto: mantenere separate in due entità l’antica terra della centuriazione (includendo alcuni Comuni dell’Oltre Muson)

PRIMA E DOPO

Parlando di rotonde agli incroci, tu da che parte stai? Sei uno che apprezza il moderno perché mette in sicurezza il traffico? Ti senti alquanto infastidito dalla rotazione imposta al veicolo? O semplicemente sei indifferente ad ogni tipo di soluzione? Beh, c’è anche chi protesta e grida allo scandalo nel vedere stravolta la perfetta perpendicolarità delle strade romane in un’area così particolare come il Graticolato, specialmente nel caso, molto frequente, in cui le esigenze di spazio costringono a progettare la rotonda in modo eccentrico rispetto all’incontro esatto del cardine e del decumano. E allora, a chi dare ascolto? A chi si appella alle esigenze della viabilità o a chi invoca il rispetto di un monumento storico che caratterizza in modo così intenso il territorio? Quid sentiam non dicam! Mi limito a presentare il prima e il dopo di un incrocio: a S.Eufemia di Borgoricco il decumano DDI di via Scardeone incontra il cardine KKVII di via Dalesmanina. La rotonda in questo caso è centrata in maniera corretta. Quello che fa un po’ sorridere sono gli alberi che ospita. Gli olivi non fanno certo parte della nostra flora, ma, come dice qualcuno, anca l’ocio voe ‘a so parte! Sarà, ma un minimo di attenzione alle piante della nostra tradizione non guasterebbe.

DA VILLA PADRONALE A SEDE INTERCOMUNALE

Fuori del borgo medievale di Camposampiero, all’angolo tra via Tiso e via Cordenons, su un’ansa del Muson Vecchio, sorge dal XV secolo villa Querini residenza dell’omonima famiglia veneziana, che nel 1406 aveva acquistato in paese la grande gastaldia dei Carraresi. Padova era stata occupata dai Veneziani nel novembre del 1405, ma la resa di Camposampiero avvenne già l’11 settembre, quando il capitano Vivaldo di Gerardo, piuttosto che combattere, aprì le porte della cittadina murata ai nuovi padroni, intascandosi 4.000 ducati d’oro e assicurando 90 lire dei piccoli a ciascuno dei suoi soldati. I Querini furono i primi signori Veneziani a stabilirsi a Camposampiero. Acquistarono campi, case, botteghe e mulini, ricoprirono spesso cariche pubbliche, come quella di podestà, e fondarono anche l’ospedale di S.Bernardino e la chiesetta di S.Anna. Oggi la loro villa è proprietà del comune. Restaurata nel 1999, è stata sede della biblioteca comunale ed ora ospita la sede dell’Unione dei Comuni del Camposampierese (Valle Agredo).

FUNZIONALISMO RURALE

“L’aratro traccia il solco, ma è la spada che lo difende”: è ancora leggibile a Vigonza in piazza Zanella la retorica prosopopea del Ventennio fascista sulla torre del Borgo Rurale “Fratelli Grinzato”. Un teatro, una scuola, una schiera di case coloniche destinate a sostituire i vecchi e malsani casoni, un pozzo comune e un’aia per seccare le granaglie, e in più, presso la sede municipale, la Casa Littoria, ora sede dei vigili urbani: è il borgo progettato dal futurista friulano Quirino De Giorgio (1907-1997), costruito nel 1937 secondo i canoni dell’architettura razionalista, a caratterizzare il centro vigontino. Questo tipo di architettura, detto anche funzionalismo, nato in Germania negli anni Venti e adottato in Italia dal regime fascista, intendeva sviluppare un rapporto razionale con le tecniche della produzione industriale e con le esigenze della società moderna, eliminando del tutto l’apparato decorativo e ricorrendo all’utilizzo del cemento armato, del vetro e dell’acciaio, che sono materiali economici. La forma doveva essere ridotta ad una essenzialità cui far corrispondere la massima funzionalità. Uno stile che semplificava le forme a volumi puri e ricorreva a grandi vetrate, finestre a nastro, pilastri in cemento a sorreggere strutture al posto dei muri. Il tutto, ahimè, senza tener conto del contesto ambientale o tentare una qualche armonizzazione con la tradizione del luogo. Come dimostra l’accostamento tra il classicismo della sede municipale e lo schematismo della Casa Littoria che le sorge accanto.

Viviamo in un territorio a forte vocazione agricola, dove però altri tipi di economia si sono via via sovrapposti negli ultimi decenni, fino a diventare preponderanti nella fisionomia della zona. La parte del leone oggi la fanno l’artigianato e l’industria (il Veneto dei capannoni!), mentre l’edilizia, travolgente fino a poco tempo fa, ha subito una battuta d’arresto. Eppure una sottile nostalgia sta percorrendo queste terre, da quando la vecchia civiltà contadina ha ceduto il passo alla modernità. Una nostalgia che oserei definire poetica in tanti di noi, ormai non più giovani, quando si fa memoria dei tempi andati, intessuti di fatiche e sudore, di lavori agricoli spesso manuali, di tradizioni e fiabe ancestrali, di convivenza con gli animali sotto lo stesso tetto, di filò trascorsi al tepore delle stalle, fino a certi riti stagionali come la trebbiatura del grano e il sacrificio del maiale domestico...Al fiorire delle memorie c’è chi cerca di salvarne i segni rimasti: si moltiplicano quindi le raccolte dei vecchi arnesi contadini, la ricerca appassionata presso i mercatini dell’usato o internet, spendendo a volte somme da capogiro, lo scambio di attrezzi fra collezionisti, fino a ripetere in piazza tradizioni e gesti “sacri” del passato, come la trebbiatura durante le sagre paesane. E non sono pochi i privati che, senza attendere il concorso degli assessorati alla cultura, si creano in casa veri e propri musei della civiltà contadina! Beh, si sta tentando di salvare il salvabile, visto che tanti attrezzi del passato sono già stati eliminati come anticaglie, magari buttandoli fuori all’aperto a marcire sotto le intemperie, come questa vecchia barèa, mandata in pensione sotto gli alberi.

SANTITA' E BELLEZZA

“Domum tuam, Domine, decet sanctitudo” recita la scritta entro l’arco sagomato posto sopra il portale della chiesa parrocchiale di Bronzola, cioè: La santità si addice alla tua casa, Signore; ma bisognerebbe aggiungere “et pulchritudo”, cioè la bellezza. A tanto si è spinti entrando in questa piccola chiesa, in cui si rimane estasiati da tanta armonia e perfezione. Posta all’incrocio tra un cardine e un decumano, come segno del sacro della centuriazione, è orientata classicamente da oriente a occidente e conserva al suo interno una splendida pala del 1604 raffigurante la Crocifissione, di autore ignoto. E’ dedicata ai santi Pietro e Paolo, di cui fanno memoria le due statue poste a destra e a sinistra della Madonna sulla sommità del timpano, ma in antico era dedicata all’arcangelo S. Michele, il che fa supporre che il primo nucleo di fondazione fosse longobardo, come attesta anche il nome del paese Bronzola, dal germanico Berinza. La chiesa attuale fu edificata in forme neoclassiche tra il 1744 e il 1766. Quella precedente, più piccola, nel 1500. Della prima, di epoca longobarda, si sono trovate le fondamenta durante gli scavi del 1985 sotto il pavimento attuale, e ci parlano di un edificio di appena dieci metri per cinque. A questa chiesa primitiva si riferisce una bolla di papa Gregorio IV nell’anno 828, in cui per la prima volta compare il topònimo Bronzola e si afferma che la chiesa di S. Michele Arcangelo è proprietà del monastero benedettino di S. Giustina.

 

PER COMBATTERE L'USURA

A Camposampiero, in Piazza Vittoria, è ancora presente il palazzo del Monte di Pietà, sorto nel XV secolo per combattere l’usura e favorire i poveri, che nel bisogno non potevano permettersi prestiti a interessi esorbitanti. Lo istituì il Beato Bernardino da Feltre (Martino Tomitano) dei Frati Minori Osservanti (Feltre 1439 - Pavia 1484). Risale proprio al 1494, quando il Beato, dopo due anni di attesa, ottenne l’autorizzazione da parte del Senato della Serenissima. E’ solo uno dei tanti fondati dal frate in gran parte d’Italia. I Monti di Pietà erano un’istituzione finanziaria senza scopo di lucro, che erogava prestiti di limitata entità (microcredito), a condizioni favorevoli rispetto a quelle di mercato. L’erogazione avveniva in cambio di un pegno, che valesse almeno un terzo in più della somma che si voleva ottenere. La durata del prestito era di solito di un anno. Se trascorso il periodo la somma non veniva restituita, il pegno andava venduto all’asta. I Monti di Pietà furono posti dal Concilio di Trento fra gli Istituti Pii. Alla fine del XVIII secolo furono soppressi da Napoleone, che ne incamerò i beni. In seguito ripresero a funzionare, ma trasformandosi in Casse di Risparmio. 

PER LA GLORIA DEL DOGE

Di solito all’incrocio tra un cardine e un decumano della centuriazione troviamo un capitello, una cappella o una chiesa, qualcosa che ci rimanda alla sacralità della ripartizione del territorio. Qui invece incontriamo addirittura una villa settecentesca, Villa Da Ponte, là dove si incontravano il decumano quintario X (SDX), di cui resta traccia, e il cardine terzo (KKIII), oramai scomparso. Siamo in territorio di Cadoneghe, proprio al limite con Reschigliano di Campodarsego. La villa appartenne alla nobile famiglia veneziana dei Da Ponte fino a inizio Ottocento, poi passò di mano in mano, fino all’acquisto nel 1988 da parte della famiglia Vergerio, che provvide ad un radicale restauro. Stretta ed allungata da est a ovest, con la facciata a Ponente, e provvista di adiacenze, fra cui la chiesetta, è dotata al piano superiore di un salone delle feste decisamente elegante, smussato e a doppia altezza, circondato da una balconata. Pareti e soffitto sono interamente affrescati con figure allegoriche, opere di Giambattista Crosato, vivace pittore post-tiepolesco, che operò in villa alla metà del Settecento. Al centro del soffitto è rappresentato accanto alla Fama il più illustre dei Da Ponte, il doge Nicolò, che resse la Serenissima dal 1578 al 1585. E’ ritratto in veste di guerriero, con accanto lo stemma di famiglia, il Ponte delle Guglie di Venezia.  

CONNUBIO PERFETTO

Contrada alquanto appartata del comune, al confine sud-orientale dell’area del Graticolato, fu proprio Albarea il primo centro religioso del territorio di Pianiga, con la chiesa di Santa Maria, già presente intorno al Mille. Il secolo successivo fu costruito il convento delle Suore dei Santi Biagio e Cataldo, che provenivano dall’isola della Giudecca, in Venezia. Al decadere del complesso monastico con le soppressioni napoleoniche, prese il via la costruzione di Villa Rizzi, che nella sua complessità ed eleganza riassume in sé tutte le caratteristiche classiche delle ville venete. Qui infatti non manca proprio niente: corpo centrale con trifora e poggioli, stupende barchesse laterali con ampi sottoportici che incorniciano il giardino, pilastri e cancellata in ferro battuto, adiacenze ed edifici rustici, parco sul retro, delimitato da profondo fossato, montagnola con torre (in origine una ghiacciaia), mura protettiva lungo la strada antistante e oratorio gentilizio col suo bel campanile. La chiesetta è sempre quella precedente al 1100, più volte restaurata e rimaneggiata nei secoli. Al suo interno si conserva la venerata e antichissima statua della Vergine del Rosario, alla quale fin dal Medioevo venivano a raccomandarsi le future spose. Sulla facciata sono conservate due antiche lapidi, di cui una, datata 1722, ricorda che “in tempo della nobildonna Elena Badoer abbadessa dei Santi Biagio e Cataldo della Zuecha di Venetia fu rinovata la chiesa di S.ta Maria d’Albarea”.

Dopo i recenti restauri voluti dai proprietari, la villa è divenuta un elegantissimo albergo ristorante, attrezzato per organizzare matrimoni, feste di compleanno, cene d’affari, sfilate di moda, mostre, concerti, conferenze, in una cornice di pace offerta da un curatissimo parco di tre ettari. Un luogo insomma dove tradizione e innovazione, storia e cultura, modernità e futuro si coniugano perfettamente.

GENIUS LOCI

Nella mitologia pagana il genius era lo spirito buono che proteggeva una città, un popolo, una nazione. Col passar del tempo gli si attribuì quegli atti in cui pareva si manifestasse qualche funzione superiore alle normali capacità dell’individuo, come quella della creazione artistica, che sconfinava nell’irrazionalità e nel sentimento. Ma anche ogni luogo ebbe il suo genio, il genius loci appunto, il quale dava un senso al mistero che si sprigionava da un bosco, un fiume, una grotta, una montagna e, perché no? anche da un’opera umana particolarmente riuscita e complessa, come poteva essere quella perfezione intessuta di sacralità che era una centuriazione: ripartizione agraria ripartita secondo canoni celesti.

Allora mi viene da pensare: come avrebbe potuto essere questo genius protettore della nostra Pertica Aureliana? Uno spirito agreste con vesti e capelli adorni di foglie e frutti, con una mano che porge un mazzo di spighe e quell’altra che regge lo strumento della groma? Ma sì! Largo alla fantasia! Sognare non costa niente…

E a partire da quali elementi se ne potrebbe avvertire oggi la presenza tra le contrade del Graticolato? Dal fatto che a distanza di venti secoli è ancora in buona parte leggibile la trama viaria antica? Dal persistere delle baulature dei campi e dal ripristino di tracciati stradali dismessi? Dall’affiorare di numerosi reperti nelle nostre campagne e dall’appassionata ricerca di volontari innamorati della storia? Oppure dalla presenza di un museo che conserva importanti testimonianze di quel lontano passato? Dalla piccola proprietà fondiaria costretta entro il tracciato di centurie, cardini, decumani e limiti intercisivi? Dalla presenza e dal recupero di segni sacri agli incroci della centuriazione? Dal fatto che si continua a costruire tenendo sempre come riferimento la consueta deviazione di 14  gradi e mezzo dei cardini e decumani rispetto ai punti cardinali?...

UN CASTELLO PER MUNICIPIO

Campus Sancti Petri, cioè luogo sottratto al bosco e reso adatto all’agricoltura, dedicato niente meno che a S. Pietro, a motivo della tradizione fiorita nel Medioevo, secondo cui fu lo stesso S. Prosdocimo a convertire gli abitanti, mentre percorreva l’Aurelia da Padova ad Asolo, e a dedicare il luogo al primo degli apostoli.

In realtà le origini di Camposampiero vanno ricercate nella seconda metà del primo millennio cristiano. Nel secolo XI il villaggio venne concesso in feudo dall’imperatore Enrico I alla nobile famiglia dei Camposampiero, che nel 1085 vi costruirono il castello, protetto da alte mura sui lati settentrionale e orientale e tutto circondato da un profondo fossato in cui confluirono le acque del Vandura. Si poteva accedere all’interno attraverso due porte sull’Aurelia, provviste di ponti levatoi. I Camposampiero furono legati all’alta aristocrazia di Padova, città dove sorgeva un loro palazzo, poi demolito per far spazio al palazzo della Ragione. Nel 1334 Tiso IX, ultimo feudatario, lasciò in testamento il castello e tutte le sue proprietà a Marsilio da Carrara, signore di Padova. Oggi la Rocca dei conti Camposampiero, adattata a sede municipale, è solo un pallido ricordo di ciò che era l’antico castello, a motivo dei pesanti e ripetuti rimaneggiamenti operati nei secoli. La merlatura medievale del corpo centrale risale al 1900, il corpo neogotico ad est è del 1921, mentre il corpo ad ovest, costruito dai Veneziani come carcere distrettuale, fu unito al palazzo nell’ultimo dopoguerra. Di medievale, oltre alla Torre della Rocca, alta 32 metri, persiste sulla statale la Torre dell’Orologio, che con i suoi 24 metri segnala la posizione dell’antica porta di accesso meridionale. Il suo ponte levatoio funzionò fino al 1529.

Le mura furono definitivamente smantellate nel 1700. Ciononostante Camposampiero ama definirsi ancora città murata.

IN ONORE di SANT'ANNA

Posto all’incrocio tra le vie Desmàn e Croce Ruzza, l’oratorio di S. Anna in contrada Olmo di S. Michele delle Badesse, era la cappella gentilizia dell’attigua villa Testa e di essa si hanno notizie fin dal 1623. I Testa erano una famiglia di Roma e nel 1776 cedettero la loro proprietà ai Marsiani di Modena, ma ne rientrarono in possesso nel 1819. Nel 1880 il tutto passò alla famiglia Malanotti e infine ai Rettore, come è indicato sulla lapide di facciata, che ne indica il restauro eseguito nel 1927 dal proprietario Matteo Rettore. All’interno un tempo c’era una pala d’altare raffigurante S. Anna, di buona fattura. Due lapidi interne ricordano le visite effettuate da due vescovi di Padova, il cardinale Gregorio Barbarigo a fine Seicento, e il cardinale Carlo Rezzonico nel 1744. Quest’ultimo divenne poi papa  col nome di Clemente XIII

 

TERRA ACQUA E CIELO

Una grande piazza bianca davanti al municipio di Aldo Rossi, contornata a oriente e occidente da due file di 18 colonne candide. Una superficie lastricata in trachite di Montemerlo, dove si leggono le ripartizioni e le baulature della circostante campagna centuriata, attraversata da un antico limes intercisivus, che rappresenta il solco della memoria. E l’acqua, l’acqua della grande vasca, che riporta il cielo in terra con i suoi riflessi e si alimenta da una fonte laminare a sud della piazza; l’acqua che sgorga a getti direttamente dalla pavimentazione e rievoca gli scherzi delle ville rinascimentali; l’acqua che scende copiosa dalle due fontane triangolari sulle facciate municipali… La piazza municipale di Borgoricco è un luogo ricco di suggestioni, che si fa apertura di spazio e di cuore, legame fisico col territorio e memoria del passato, anche attraverso il singolare monumento ai caduti posto all’angolo di nord-est. Ideata dall’architetto Loris Tasso, è stata inaugurata il 17 maggio 2008.

SOTTO LE ALI DELL'ARCANGELO

 L’arcangelo S. Michele è il principe delle milizie celesti, quello che guida le schiere angeliche alla lotta finale contro le potenze delle tenebre, sprofondandole per sempre nell’Abisso. Era naturale che i Longobardi, popolo guerriero per eccellenza, lo scegliessero per santo protettore, insieme a S. Giorgio. E’ dal VII secolo, cioè da quando fu da loro fondato il paese 1400 anni fa, che S. Michele Arcangelo è protettore di S. Michele delle Badesse. Lo avesse almeno protetto dalla demolizione della vecchia chiesa nel 1956, quando si mise mano alla costruzione della nuova parrocchiale! Era piccola e bassa, orientata da oriente ad occidente, dotata di tre altari e molto elegante. Addossata all’abside stava una cappellina che era probabilmente la prima chiesetta di S. Michele. In antico il campanile, proporzionato alla vecchia chiesa, era forse una torre di guardia. Il topònimo “delle Badesse”, aggiunto a S. Michele, ci ricorda i due monasteri femminili di S. Stefano e di S. Pietro, che avevano vasti possedimenti agricoli nel territorio della parrocchia ed erano localizzati, sembra, in via Desmàn e in via delle Badesse. (Foto archivio parrocchiale) 

MAESTOSA SCENOGRAFIA

Lo sapevate che la prima magnolia piantata in Italia crebbe nello stupendo parco di Villa Farsetti a S. Maria di Sala? E lo sapevate che la stessa villa, edificata nel Settecento per volontà dell’abate Filippo Farsetti, sorge sul sito di un precedente insediamento fortificato a corte di origine longobarda (Sala)? Il complesso attuale è ispirato al rococò francese, quasi a competere con la maestosità della Villa Pisani di Strà. Le colonne dei suoi porticati di collegamento con le adiacenze vennero importate addirittura dal Tempio della Concordia di Roma. Nulla rimane purtroppo dello stupendo parco delle origini. Ospitava un grande orto botanico, due lunghe cedraie, delle serre, dei boschetti e un labirinto. Sopra una collinetta si innalzava un tempietto che raffigurava le terme romane. Un ampio terrapieno ovale rappresentava l’anfiteatro romano. Il giardino attuale, ampio e solenne, sembra sprofondare verso sud nell’infinito della campagna antistante, oltre il decumano di via Cavin di Sala, fino al corso del Lusore, e contribuisce a rendere ancora più maestosa la scenografia della facciata. La villa è ideale per convegni, congressi, mostre e quant’altro di culturale si possa immaginare. La corte rustica posteriore, con barchesse e foresteria oggi parzialmente demolite, ospita biblioteca ed uffici comunali

UNO STILE DA RIVALUTARE

       Cusina, fogolaro e camìn, càneva, boarìa, teza, pòrteghi e granari…La casa rurale veneta, anche se teneva distinti il settore abitativo e quello delle attività agricole, era in realtà un complesso unitario e la convivenza uomini-animali era un dato di fatto, dettato ovviamente da esigenze economiche.

       Ora le vecchie case contadine vanno gradualmente sparendo, anche se i Comuni cercano di vincolarne qualcuna. Spesso i restauri e le ristrutturazioni ne hanno snaturato le linee sobrie ed armoniche, trasformando il moderno in una brutta copia dell’antico.

        Che non badava tanto all’elegante, ma al pratico, al funzionale, e che tuttavia dava all’insieme un tocco di umile bellezza, di cui ancora avvertiamo la nostalgia.

MURI DI POESIA

    C’è chi guardando una foto del genere pensa immediatamente a ruderi, ruinassi e ratatuja, magari associandoli all’immagine di una buona ruspa. E c’è chi invece rimane colpito da un non so che di indefinibile, che si impossessa dello spirito insieme ad una marea di ricordi. E’ solo ciò che resta di una vecchia casa di campagna abbandonata, ma ha una forza evocativa straordinaria, con quelle pietre consunte e gli intonaci scrostati, gli archi perfetti del portico, dove l’arte del costruire si sposa con la semplicità contadina.

   Qui tutto ti parla di uomini e di animali, accomunati dalla fatica della terra: la stalla con i suoi filò, la teza col fieno, la cucina sobria col focolare e il camino svasato, la nogara sull’aia e magari il vecchio pozzo per la sete di uomini e bestie. L’edera, in un soprassalto di vitalità, si sta ora impossessando dei muri, dove sassi e mattoni in una disposizione sapiente ti regalano ancora una pennellata di solida poesia. Raìse: ecco che cos’era quello che non riuscivi ad esprimere. Sono le tue radici, il tuo passato, il sangue dei tuoi avi: te li porti dentro con una familiarità che ancora ti possiede e ti sorprende, in una essenzialità di forme che non riesci a cancellare.

L'OASI di SANT'EUFEMIA

PROGETTO "OASI DI SANT'EUFEMIA"
Relazione di masterplan generale
L'Oasi di S Eufemia.pdf
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   Il desiderio di uno spazio verde in Sant'Eufemia di Borgoricco nasce dalla neccessità di poter fruire di un bosco che sopperisca a una grave carenza di natura all'interno del nostro amato Comune.

L'area verde in questione ha una superficie di 6000mq ed è studiata come un sentiero che attraversa un bosco che con il tempo tenderà a schermare l'intera area dal limitrofo spazio urbano, formando poco alla volta un vero e proprio ecosistema forestale di pianura .

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